
Chiunque sia minimamente informato su ciò che riguarda il mondo di GNU/Linux e dell'Open Source, saprà cos'è Unity e le discordie che questo nuovo progetto sta sollevando sin da prima del suo rilascio. Per chi invece ancora non lo sapesse spieghiamo brevemente in cosa consiste. Unity è un interfaccia sviluppata su Gnome che Canonical (l'azienda genitrice della distribuzione Ubuntu) ha ideato inizialmente per la versione della propria distro dedicata ai netbook. Essa attualmente utilizza il celebre Compiz come gestore di finestre e propone un'interfaccia compatta e pratica per i piccoli schermi per cui è sviluppata. Nonostante l'idea iniziale fosse quella di "conquistare" il mercato dei superportatili di nuova generazione, Unity si è dimostrata ben voluta tanto da indurre Canonical al suo porting su computer di tipo desktop e portatili con risoluzioni più elevate. Il mondo dell'Open Source, tuttavia, vede in Unity non un'adattamento di Gnome per fini pratici ma un vero e proprio fork su cui il team di Ubuntu sta focalizzando le sue attenzioni in maniera particolarmente interessante. Ma perchè tutto ciò? Cosa spinge un'azienda di questo tipo ed operante in questo settore a scegliere una strada come questa allontanandosi dalle opportunità offerte da un desktop environment già collaudato e maturo come Gnome che inoltre sta approdando verso la terza versione? La questione è sicuramente profonda e va ricercata nel futuro del progetto Gnome e non nelle idee dell'azienda di Shuttleworth.

L'Open Source, come ben si sa, cammina su una strada lastricata di buone, anzi ottime e nobili, intenzioni e i suoi progetti vengono portati avanti in buona parte da appassionati ed interessati del settore. Tutto questo si traduce in una linea di sviluppo abbastanza incostante correlata strettamente al tempo libero che ogni sviluppatore ha da dedicare al proprio progetto. A differenza di una software house, Gnome non può gestire lo sviluppo dei propri software mediante una time line poichè sarebbe impossibile visto il tipo di lavoro che c'è dietro ad ogni riga di codice. Ubuntu, sin dal suo esordio, si è posta l'obiettivo di essere una distribuzione stabile e duratura rivolta ad un bacino di utenza principalmente composto da nuovi utenti o neofiti del mondo GNU/Linux. La stabilità, quindi, gioca un ruolo primario nel futuro della distro di Canonical e Gnome, attualmente, pare mantenersi su radici tutt'altro che solide. La mancanza di fondi, la scarsa crescita di alcuni progetti e l'abbandono di altri non giova all'immagine dell'ambiente desktop. Questo però non giustifica la canonica sud africana che, ha detta di molti, si è fatta carico del peccato di attingere molto dall'open source ma dare in cambio molto poco. Unity è testimone di queste accuse e Ubuntu è lo strumento che Shuttleworth usa per predicare una filosofia non propriamente uguale alle azioni compiute. Portare avanti Gnome o approdare in Gnome3 avrebbe sicuramente giovato molto di più rispetto alla creazione di un nuovo progetto. La riconoscenza è uno strumento importante nel mondo dell'Open Source ed Unity potrebbe essere un'offesa che il team di Canonical sta rivolgendo ad un progetto che ha contribuito alla fortuna della distro.
Avere un progetto cucito sulle proprie idee crea l'illusione di portare innovazione quando invece la vera crescita sarebbe la cooperazione con altri teams per il raggiungimento di un fine comune. Da questa storia si sarebbero potuti arricchire tutti mentre pare che ognuno ne sia uscito più povero di prima. Un DE che zoppica verso la nuova versione, una nuova interfaccia abbastanza lenta e fondamentalmente poco innovativa, un uomo che predica l'opposto di ciò che fa e gli utenti che come semplici spettatori non possono far altro che sedersi e guardare senza poter partecipare attivamente a tutta questa farsa.